Perché la matita è gialla. Il ruolo dei colori nella nostra percezione dei prodotti

Ruolo del colore nella percezione dei prodotti - Digital Followers

Pensa a una matita. Dì la verità: hai pensato a una matita gialla. Ci ho azzeccato, vero? Al massimo, l’hai pensata a righe verticali gialle e nere.

Se cerchiamo su Google immagini la parola “matita”, è una festa di colore giallo:

Ma perché le matite per antonomasia “sono gialle”? Che ruolo hanno i colori nella nostra percezione dei prodotti? Perché oggetti di un certo colore ci fanno percepire un prodotto più affidabile o preferibile di altri, a prescindere dal nostro gusto estetico soggettivo?

La prima matita di legno dipinta esternamente comparse nel 1893 all’Esposizione di Chicago e fu ideata dalla Koh-I-Noor, ad oggi una delle marche più utilizzate dai disegnatori. Ma perché gialla? Probabilmente la colorazione fu una scelta arbitraria che aveva l’intento di mascherare alcune imperfezioni del corpo di legno di questo economico oggetto, la cui leggerezza si conferma sin da allora efficientissima per scrivere e disegnare.

Ciò che ci sorprende è che, ad oggi, i 2/3 delle matite prodotte e vendute nel mondo sono di colore giallo.

Qualche anno fa, come racconta Riccardo Falcinelli nel suo bellissimo Cromorama, in occasione di un’indagine di mercato negli USA, furono distribuite agli impiegati di un’azienda 2 matite: una gialla e una verde. Dopo una settimana, la maggior parte dei lavoratori si lamentò delle matite verdi, a loro dire decisamente più scadenti di quelle gialle. Manco a dirlo, le due matite in realtà erano identiche. Tranne che, certo, per il colore esterno.

Questo ci dice quanto, nella società attuale, il colore non sia semplicemente una sensazione, un’aggiunta a un oggetto industriale, ma soprattutto un’idea o un’aspettativa.

Matita gialla? Funzionerà bene. Matita verde? Non mi fido (parliamo di oggetti per un utilizzo generale, ad esempio per prendere appunti in ufficio; tutt’altro scenario è per i disegnatori o gli architetti, che al contrario rifuggono le matite gialle e preferisco prodotti di gamma professionale, rigorosamente mai gialli).

La matita gialla è, per l’utilizzatore comune, la matita più matita di tutte. È la Matita con la “M” maiuscola.

Il colore, insomma, è un attributo che si fa archetipo, un archetipo che rassicura sul fatto che sì, stai utilizzando proprio quel prodotto, non ti preoccupare, andrà esattamente come ti aspetti che dovrebbe andare.

Ma non è solo il colore a influenzare lo stato emotivo che sta dietro la scelta e le aspettative circa un prodotto. C’è anche la forma che ci conferma la bontà o meno di un oggetto.

Pensa a quando compri la frutta, ad esempio le mele o le arance. Forse non tutti sanno che le mele e le arance che troviamo nei supermercati devono anche superare un test sulla forma e sulla dimensione, due parametri che devono rispettare una certa media.

Questa media è l’aspettativa che abbiamo, o meglio, è l’aspettativa che è stata creata per noi. Non vogliamo mele dalle forme “creative”: vogliamo la mela che ci aspettiamo, sempre uguale di anno in anno. Insomma, vogliamo la Mela. La rassicurante Mela.

Pensaci: la frutta così regolare è come se fosse stata prodotta con uno stampo. Alla faccia della terra, della natura, dell’agricoltura, la forma frutta risponde ad aspettative meccaniche, industriali. Aspettative mentali di noi consumatori. Sia il mercato che gli acquirenti hanno bisogno che in circolazione vi siano oggetti prevedibili, coerenti.

Dietro a tutto questo, è innegabile la presenza di un’operazione di design che progetta il modo in cui noi guardiamo e preferiamo le cose.

Grazie a questa standardizzazione delle aspettative, al supermercato ci muoviamo in automatico, e scegliamo la frutta selezionando senza indugi quella che più si avvicina all’idea che abbiamo di quel frutto. Non parlo ovviamente di scegliere quei frutti non ammaccati, ma in effetti… perché no? Da piccola mi dicevano che le ciliegie che erano state beccate dagli uccelli erano quelle migliori, più dolci, e il segnale era appunto che erano state scelte dal passero o dalla rondine di turno.

Pretendendo la serie e non l’eccezione, vogliamo acquistare l’idea dell’oggetto e non il singolo oggetto, abbracciando con tutti noi stessi la serializzazione, che è semplificazione delle scelte.

È chiaro insomma come anche la scelta di un colore anziché un altro per un certo prodotto o servizio non sia affare da poco: mettere in commercio qualcosa di un colore anziché un altro può determinare il suo destino e incontrare più o meno il consenso del pubblico. E se lo incontra, beh, nel giro di un decennio quell’oggetto di quello specifico colore entrerà di diritto a far parte dell’immaginario cromatico collettivo. Proprio come una matita gialla. O proprio come gli auricolari Apple, che hanno ribaltato nel suo opposto l’immaginario delle cuffiette, da sempre di colore nero.

Le cuffiette bianche di Apple si sono depositate nell’immaginario collettivo e portano con sé una grande quantità di significati correlati: sei smart, sei al passo, sei figo, con quegli auricolari bianchi. Ce li hai neri? Ma dove vivi?

Se vogliamo insomma colpire l’immaginario del nostro pubblico di riferimento, non possiamo dare per scontato le sue aspettative. Non sto dicendo che se produciamo matite, dobbiamo farle gialle. Sto dicendo che se vuoi entrare in contatto con l’immaginario emozionale delle persone, che è il vero motore dell’acquisto, non puoi prescindere dal chiederti quali sono le idee e le sensazioni che, una qualità all’apparenza così ininfluente come ad esempio il colore, possa generare nei consumatori. Nulla va lasciato al caso. Nulla va trattato con superficialità.

L’argomento è vastissimo e ci tornerò in un prossimo articolo. Vedremo perché viviamo nell’epoca della “tinta unita” e cosa suscita in noi l’idea del colore “pulito”.

Se hai curiosità, le aspetto nei commenti!

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